Alvaro Gabriele

Stefania Severi

Veramente interessante la creazione di questi paesaggi del sublime in cui architetture vere e d’invenzione danno vita ad un dialogo subliminare: lo stemma che assume la dimensione di un edificio è presenza di grande suggestione.

 

 

Stefano Borsi

Quelli di Alvaro Gabriele sono lavori assai interessanti. Tratti vagamente neojuvarriani, ma su un impalcato di grande respiro scenografico teatrale, a vocazione tendenzialmente espressionista – alla Finsterlin, ad esempio – che dilata sensibilmente e con un tocco d’imprevedibilità, il quadro dei riferimenti,

 

Eleuterio Corradi

Gabriele può essere considerato l’ultimo rappresentante ed interprete del “Paesaggio eroico classico”: una tradizione che ha il suo fulcro nelle esperienze seicentesche di Poussin e Claudio di Lorena. Gabriele, in realtà, riesce a fondere la “veduta ideata” di Pannini e Hubert Robert con il paesaggismo  onirico di Polidoro da Caravaggio e Monsù Desiderio, i “Luoghi magnifici” e “Illustri” della tradizione scenografica settecentesca di Bibbiena e Juvarra con la dimensione visionaria di Piranesi e Boullée, pervenendo, anche inconsapevolmente, ad esiti metafisici e surrealisti: è necessario sottolineare, tuttavia, che Gabriele rispetta sempre il “principio di verisimiglianza”, sia pure in una dimensione classico-barocca. Traspare, dalle opere di Gabriele, un’adesione totale, un vero e proprio culto per Roma, soprattutto nella sua dimensione monumentale: considero Gabriele l’incarnazione dello spirito e dell’ “anima storica” della città di Roma.

 

Ricardo De Mambro Santos

Colpito dall’eroica assenza degli dei nietzscheani e dalla tragica incombenza dell’eterno paesaggio classico, mi congratulo con te – Alvaro – per gli alti risultati ormai raggiunti.

Nell’encomio incombente del silenzio, le opere di Alvaro Gabriele non intendono rappresentare vedute di fantasia, né descrivere paesaggi di antiche cosmogonie: monumentali ed eteree, queste immagini mettono in scena historiae di tragica grandiosità e di rarefatta utopia creativa. L’assenza dell’uomo – alquanto eloquente – proietta le sue ombre immaginarie sull’eterno tramonto del vero e del fittizio. Scenografie inventive, sospese in una dimensione eroica ma fatale, misteriosa ed immanente, le opere di Gabriele defraudano l’architettura della sua logica consueta, trasformando gli elementi di una natura iperstorica, di ascendenza nietzscheana, nel minaccioso barocchismo di un simbolo isolato, smisurato e imponente.
Immagini irrecuperabili, dunque, che si sottraggono alle leggi della ragione o alle retoriche di una arcadia poetica, per racchiudersi nell’atemporalità incandescente di un segno sciolto, talvolta prezioso e preciso, in cui si coniugano una resa minuziosa e un fare volutamente libero e “di macchia” capace di amalgamare il compassato classicismo di Claude Le Lorrain con l’improbabile razionalismo scenico di Boullée – Ledoux. Un recupero storico? Una dotta rivisitazione sul piano iconografico e formale? Niente affatto. Un’invenzione, piuttosto: un’invenzione solenne, aulica, ricondotta alla sfera visionaria di  un’archeologia personale. Un’invenzione letale, pertanto, senza pause né soste, pronta ad adagiarsi sul promontorio irrevocabile di un’attesa, di un’appartenenza remota, aldilà delle frontiere insidiose della vita e della morte.

 

Diego Mammone

I Viaggi nell’anima di Alvaro Gabriele

Atmosfere rarefatte, paesaggi dilatati, natura quale mera presenza, architetture improbabili e prepotenti: questi gli scenari dei Voyages di Alvaro Gabriele.
Trasfigurazioni oniriche di una Roma possibile nella quale, alle architetture del barocco, prediletto da Alvaro, si affiancano elementi classici e neoclassici su sfondi di rovine con scorci di mausolei per il riposo dell’anima, in una aura metafisica che nulla concede al romanticismo.
La condizione umana, nella visione dell’artista, si esprime in un fuoriscala ancora più accentuato che in Piranesi, con minuscoli esseri che salgono faticosamente scalinate infinite, presidiate da guardiani di pietra, giganteschi e inquietanti, spesso minacciosi e incombenti, come il fato. Fato presente negli enormi stemmi barocchi, appollaiati come avvoltoi, colti un’attimo prima che si trasformino in sfingi, pronte a esigere il loro tributo.
Coerentemente, il punto di vista, sempre dal basso verso l’alto, è quello di chi guarda tenendosi a distanza, e si sente “piccolo” davanti a tanta grandezza, riecheggiando, ancora una volta, enunciati piranesiani.
Nel silenzio ovattato degli scenari, l’osservatore è comunque sospeso e l’occhio scivola nella luce, come le barche di Böcklin, immerse nel crepuscolo, scivolano sull’acqua con il loro carico di anime togate, rivelando che anche questo, di Alvaro Gabriele, è un viaggio dell’anima.

 

Sigfrido Oliva

La Roma di Alvaro Gabriele

Quella di Alvaro Gabriele è una Roma totalmente inventata: colonne al posto di edifici; scalinate che s’inerpicano verso un Gianicolo che non esiste, improbabile; stemmi papali e angeli berniniani che occupano siti dove normalmente siamo abituati a vedere antiche rovine e viceversa. L’artista si diverte, insomma, a sovvertire l’ordine delle cose e, insieme, a spiazzare lo spettatore, il quale riconosce sì un monumento ma non il luogo in cui l’artista l’ha collocato. E’ così che nelle chine di Gabriele appare la città eterna: paradossalmente mutata, ma senza esserne stravolta; diversa, pur conservando la propria identità iconografica. Vediamo, quindi, che le opere di Gabriele, pur giocate sul filo di un’apparente contraddizione, riportano alla mente la severità di un Piranesi o, addirittura, di un Pannini nelle più sontuose ed evocative vedute romane.

 

Romina Rea

Alvaro, i tuoi lavori sono davvero di grande impatto emotivo. Da secoli la città di Roma non veniva rappresentata con tanta grandiosità e con tale solennità. La città antica, padrona del mondo, sotto il tratto virtuoso della tua penna sembra risorgere, rinascere da se stessa per riaffermare la propria gloria. I monumenti si accampano solitari in un paesaggio in cui non c’è posto per altro; dinanzi alle rovine che riprendono il loro antico splendore tutto il resto scompare e protagonista è solo la Storia eccezionale di Roma. Tanta maestosità, data da un disegno drammatico e potente, inquieta, impressiona, e incute quel senso piacevole di smarrimento che ricorda il “sublime” dei romantici. Ma è ai grandi vedutisti del Seicento e del Settecento che soprattutto si ricollega la tua arte in maniera nuova e originale. A quei pittori la città doveva apparire proprio come la dipingi tu: bella, eterna, immutabile e incorruttibile. Il “disegno inchiostrato” e la “penna acquerellata” di cui hai perfetta padronanza sono per te ciò che per Piranesi fu l’incisione su rame e per Gaspar van Wittel la tempera su carta. Non meno affascinanti sono i disegni acquerellati con scorci di altre città, in cui la tua poesia si fa più intima e soave. I colori delicati e i tratti lievi di queste opere rasserenano l’animo di chi guarda, emozionano profondamente e per questo non si smetterebbe mai di guardarli.

 

Claudio Spada

Desidero raccontarvi una cosa molto importante. Tempo fa ho avuto il piacere di conoscere Alvaro Gabriele. Un pittore schietto dalla tecnica molto elegante. Lui dipinge con grande facilità dei paesaggi romani oppure delle città da lui inventate che comunque si rifanno a quello che noi pensiamo di riconoscere in Roma. Ma attenzione! perché lo fa con una straordinaria sicurezza! Con un tratto morbido di penna e colori pacati, ecco uno scorcio di una piazza o di un monumento o delle gradinate con delle colonne. Ma occhio, perché la sua pittura nasconde qualcosa di altro. Qualcosa che dovete scoprire… Esprime un segreto lontano, un profumo di atmosfere perdute di un tempo dove la bellezza era di casa e la casa la vita quotidiana.

Ora dopo un anno ci siamo rincontrati ed ecco i nuovi lavori di Alvaro che ti sorprendono ancora. Improvvisamente dei guizzi di colore inconsueto. Gli aranci si accendono, che siano su una muratura di una casa, che in un elegante mulinello di nuvole. Dei gialli di sole splendono sulle strade. Alvaro Gabriele che ti sorprende! Che gioca con la penna, con l’acquerello come un protagonista assoluto. E lo spettacolo continua.